A quegli stolti che sognano – La la land

14206183_576747902511814_5818581222144062513_o

Faccio recensioni di film? No. Sono in grado di fare recensioni di film? Figuriamoci.
Ma La La Land è qualcosa di diverso. Certo, perfino io ho notato alcuni lati tecnici magistrali, alcune scelte perfettamente in grado di rappresentare l’emotività che si voleva trasmettere. Ho apprezzato l’ambientazione ai giorni nostri e la suoneria di uno smartphone che irrompe quando l’atmosfera ci ha fatto credere per un po’ di essere in tutt’altra epoca. La mia amica, che ne capisce più di me, fin dalla prima scena ha detto “questi primi due minuti valgono già da soli un filmone, come hanno fatto a girarlo così?!”. Ecco, ma la mia competenza tecnica finisce qui.

Di questo film, però, sento il bisogno di scrivere qualcosa, trasformare ed incanalare in qualche modo tutti i sentimenti che queste due ore abbondanti sono state in grado di generare in me. Ed ho voglia di condividerle.

La la land è delicato, è elegante, scorre via e non stanca mai. Si sviluppa intensamente, colpendo ad ogni scena un po’ più a fondo e poi spezzando il ritmo; ridacchi, sorridi amaramente, ma sai che non puoi mai distrarti, né mai l’intensità diminuisce davvero, mai ci si sposta su un piano veramente leggero.

In questo film mi ci sono riflessa, senza mai però immedesimarmi. La storia era mia, ma i protagonisti sono rimasti loro, non me la sono cucita addosso, era già lei ad essere tatuata su di me. La la land è già uno specchio, così com’è, spunto per ogni riflessione che si possa adeguare a questo momento della mia vita, così delicatamente si adagia sopra il mio vissuto, sopra le proiezioni del mio futuro e tutti i dubbi che fanno da padrone; non c’era bisogno di rendermi protagonista della storia, adattandola a me.

D’ora in poi, credo che uno SPOILER ALERT sia necessario.

Sebastian e Mia si incontrano e si rincontrano ancora, più volte a caso, come se alla fine fossero costretti dalle coincidenze a dedicarsi un momento l’uno per l’altra. Lei rimane colpita, lui fa il superiore, lei sfacciatissima lo prende in giro, gli balla davanti in maniera ridicola, gli ricorda che al massimo è lei a dovergli dire che non è interessata. E io penso “se solo avessi un briciolo della sicurezza, se solo fossi anche un po’ a mio agio con me stessa”; è splendida.

Il loro legame è palese e forte, costruito quasi istantaneamente in una chimica percepibile a tutti, ben prima del momento in cui, incerte, le loro mani si trovano.

La loro storia, però, può sì sembrare la protagonista assoluta, ma in realtà sono i loro sogni, e le umiliazioni che si subiscono mentre si tenta di realizzarli, ad esserlo. “Someone in the crowd” può essere la spinta necessaria per raggiungerli ma poi non necessariamente sarà il qualcuno con cui godere della realizzazione di essi. Sebastian fa capire a Mia che ci deve provare, ma sul serio, mettendosi in gioco, al centro, senza riserve, Sebastian ricorda a Mia che lei non deve rinunciare. E lui per lei mette la testa a posto, fa la cosa giusta, quella razionale e responsabile, e in mezzo alla folla in visibilio lei, pietrificata, detesta vederlo suonare una musica così lontana da lui, detesta vederlo lavorare senza poter intravedere la sua passione. E nel momento in cui entrambi sembrano rinunciare si allontanano, come se senza quel fuoco mancasse un elemento essenziale del loro amore, perché quella passione lì, quel qualcosa in più è proprio ciò che li ha uniti.

E quando invece quel fuoco si riaccende, ma la realizzazione si fa più plausibile, capiscono di doversi separare, perché ormai si sono dati tutto, il supporto e l’amore che si sono dati rimarrà, e ora devono investirsi senza riserve solo nella concretizzazione di quei sogni che ora “potrebbero finalmente realizzarsi”.  Sono per l’un l’altra l’Amore ma si lasciano andare, per scegliere se stessi prima di tutto. Si ameranno per sempre, però.

Per tutto il film io, che da sempre penso che non si può avere una persona al proprio fianco quando i proprio sogni sono così trascinanti e instabili, ho pensato di avere torto. E da questo momento in poi ho pensato di aver ragione, ma comunque avere ancora torto.

Li ritroviamo dopo cinque anni, a fare ciò che si erano predisposti di fare, entrambi con successo, sembrano felici. Sebastian, in realtà, ha deciso di seguire i consigli di Mia, e così ci ritroviamo al Seb’s, lei una figlia bellissima e un marito di cui non ci si può fare un’idea negativa, lui con una vita che sembra a posto.
Si guardano ed esistono solo loro due, lui si siede al piano e esita. In quel momento io, piangevo già. Perché era ovvio che suonasse “City of Stars” e quella esitazione era un riflettere se fosse il caso, capire se ne avesse le energie, dare l’importanza giusta a ciò che quelle note avrebbero rievocato. E si vede la vita che sarebbe potuta essere se fossero rimasti insieme, se non avessero dovuto affrontare grandi difficoltà, se proprio quella sera che si sono detti di amarsi per la prima volta non avessero incontrato John Legend con la proposta di quel lavoro dal buon stipendio fisso, se non si fossero trovati al bivio fra i sogni e l’amore, se i compromessi non fossero stati necessari.

E poi lei va subito via, non torna indietro, non si parlano, si prendono un attimo per guardarsi, e sorridono. Non serve altro.
Penso alla mia voglia di parlare e sviscerare, chiarire sempre tutto, dirsi ogni cosa come se potesse poi cambiare qualcosa.

Loro due sono stati insieme poco meno di un anno, ma in quell’anno si sono cambiati la vita. Non posso non pensare come sia vero che le storie non si misurano col tempo, come qualcuno – quello giusto – possa essere quello lì che sembra solo una comparsa, e che invece fugacemente è in grado di segnarti, cambiarti per sempre, ricordarti che devi sempre essere la versione migliore di te stesso. Farà parte di te, e nessun altro potrà sminuirne l’importanza, anche se poi la vita ti porta, felicemente e senza rimpianti, con altre persone.

Mia e Sebastian si ameranno per sempre, questo non toglierà niente ad altri amori, ma il loro amore non è mai finito, non si sono lasciati ma sono stati allontanati da scelte, dalle circostanze, dall’amore stesso che provavano l’uno per l’altra. La vita va così, il tempismo e le circostanze cambiano i finali più di quanto l’intensità dei sentimenti non possano fare, le persone giuste sono tante, alcune sono destinate a fare solo una breve apparizione, ma questo non le rende meno giuste, non le svaluta.

E, se si è grado di accettarlo, senza rincorrersi poi, senza rancore, senza sentirsi abbandonati, senza pretendere più tempo per dar maggior valore a quel legame, poi, dopo anni ci si può sorridere. Sapendo entrambi che quello che hanno condiviso, è eterno.

I miei sogni, che cambiano forma, che accantono, che penso di aver sopravvalutato, che poi tornano prepotenti ma cambiano forma ancora, ecco La la land mi ha ricordato che il fuoco devo tenerlo acceso.

Chi mi conosce poi, sa che il Jazz occupa un posto tutto suo, speciale, una passione nata piano piano e viscerale, identificante. Come Sebastian lo spiega a mia, beh userò le sue parole ogni volta che qualcuno mi dirà “io odio il jazz”. La colonna sonora è perfetta – fatico a trovare altre parole.

Questo è per coloro che sognano,
per quanto possano sembrare sciocchi,
questo è per i cuori che soffrono
questo è per il casino che facciamo 

Lei mi disse:
“Un po’ di follia è la chiave
Per darci nuovi colori da vedere
Chissà dove ci porterà?
E questo è il motivo per cui hanno bisogno di noi”

Annunci

Women’s march: solo una risposta a Trump?

Lee,Chang W. -  from camera serial number

Alla domanda “sei femminista?“, per un periodo, ho avuto paura a rispondere con un deciso “sì”, sbagliando. Ho sempre sentito la necessità di spiegare che cosa intendessi per femminista, quasi a giustificare che il mio pensiero non fosse della linea “donne che odiano gli uomini” “donne che sono migliori degli uomini” e neanche “donne che sono uguali agli uomini”, a dirla tutta.
No, non siamo uguali, nessuno lo è all’altro, ma essere femministe significa credere che le donne, che tutti, abbiano pari diritti e doveri, sociali, economici, civili. Significa che la parità è necessaria, perché tutti indistintamente dovremmo partire da una stessa linea per poi lottare per perseguire, ad armi pari, solo basandoci sulle nostre attitudini e talenti e capacità, i nostri obiettivi.

Quindi sì, sono femminista. Che non è il contrario di essere maschilista, neanche un po’. Al massimo, due parole speculari che si contrappongono sono “misandria” e “misoginia”. Ma una femminista non è misandrica (da notare che questo termine è così poco utilizzato, a differenza di “misogino” che non vi è un aggettivo di “misandria” attestato). Il femminismo non appartiene solo alle donne: per mia fortuna, il primo femminista che ho conosciuto è stato mio padre, che mai ha desiderato maschietti perché con loro ci si diverte di più, che mai ha pensato che io e mia sorella non potessimo giocare e apprezzare il calcio e tutto lo sport con lui solo perché (raramente) indossavamo le gonne, che mai ha pensato che la nostra realizzazione passasse dal trovare un brav’uomo, che mai ha pensato che potessimo aspirare a qualcosa di meno solo perché donne, che mai ci ha posto restrizioni per paura che qualche ragazzo ci potesse accalappiare come se non fossimo in grado di badare a noi stesse, che mai si è tirato indietro dal cucinare, occuparsi di noi, pulire la cucina o rifare il letto; che sempre si è schifato di fronte all’atteggiamento di chi, anche nella sua famiglia, dava le posate buone agli uomini e quelle di plastica alle donne, di chi pensava che io non avessi diritto a bermi un bicchiere di vino perché donna.

È impossibile negare che ci sono donne incazzate, donne che odiano gli uomini, che ci sono degenerazioni del movimento, che qualcuno stabilisce delle linee guida per le femministe per cui indossare il velo è sicuramente sbagliato ed un’imposizione, ma truccarsi pure, vergognarsi a mostrare il seno insensato, farsi i peli non ne parliamo; ma questo non può voler dire che per questo si debba abbandonare questa terminologia, che si debba aver paura della parola “femminismo”: significherebbe permettere alle degenerazioni di appropriarsi di questo storico movimento che per la parità ha fatto tanto.

E qui giunge il secondo problema: è ancora necessario, è ancora attuale?
Eccome. È stato fatto tanto, c’è ancora tanto da fare; la parità è un miraggio, e ogni risultato raggiunto non è poi così stabile ed universalmente accettato, niente è così stabile o scontato.

Ieri c’è stata la Women’s March, a partire da Washington D.C., ha portato milioni di donne e uomini, femministe e femministi, sulle strade. È una manifestazione prettamente americana, prettamente contro Trump? Certo, Donald ci ha dato una scusa per risvegliarci, per tirare fuori l’argomento, certo la sua elezione con tanti voti femminili è un campanello di allarme su quanto questo – e purtroppo tanti altri temi sull’uguaglianza (perchè fra registro dei musulmani, muri vari, tematiche ambientali non siamo messi bene) – non abbiano importanza per molti, non a sufficienza da rendere invotabile un personaggio del genere. Ma no, è una lotta che va portata avanti in ogni Paese, ovviamente in alcune zone di più, in altre le conquiste sono state maggiori.

Ma viviamo in un mondo in cui i numeri del femminicidio sono spaventosi, in cui i commenti e le giustificazioni che si leggono sui casi di femminicidio sono agghiaccianti, in cui i CEO, i partners degli studi, i capi politici e tutti i vari ruoli di responsabilità sono affidati per la stragrande maggioranza agli uomini, e il peggio è che questo accade perché ancora i più sono convinti che sia giusto così, siano ruoli per cui le donne – quelle che poi vogliono mantenere la loro femminilità –  non sono poi tanto adatte. E ancora, lo stipendio che una donna percepisce ricoprendo una posizione identica a quello di un uomo, non è raro che sia inferiore. In media è sempre inferiore.

Per rimanere agli USA, viviamo in un mondo in cui la campagna elettorale della Clinton ha puntato sul suo essere donna, come se questa fosse una caratteristica positiva o negativa di per sé, come se si meritasse di essere valutata diversamente solo in quanto portatrice sana di vagina.

Viviamo in un mondo in cui a una ragazza è raramente data la libertà di tornare a casa da sola (e non solo la sera), senza che qualcuno si senta in diritto di seguirla, urlarle qualche commento di dubbio gusto, mangiarla con lo sguardo e farla sentire a disagio. Viviamo in un mondo in cui io stessa mi trovo a pensare “che coraggio” quando vedo una ragazza vestita in maniera provocante che va in giro da sola per alcune zone della città.

Viviamo in un mondo in cui la sessualità della donna è giudicata, quella dell’uomo ammirata (o derisa, a seconda di quante uno è in grado di “timbrare”).

Gli esempi non sono pochi, potrei continuare a lungo ed arrabbiarmi mentre li elenco.

Perciò sì, sono femminista.

Una femminista orgogliosa di aver visto così tante persone per le strade ieri, una femminista che si augura che ancora sia chiaro quanto questo non sia un momento basso e che poi potremo dimenticarcene, una femminista che si rifiuta di comportarsi “da donna” o “da femminista” o in qualsiasi modo sia dettato da chiunque se non me stessa.

Sono una femminista, ma non è la mia unica definizione, non è la mia unica battaglia perché al massimo, misogino o sessista sono etichette da portare, femministe e femministi dovrebbe essere la normalità.

 

P.S. se vi va leggete Giulia Siviero che affronta tutti i luoghi comuni ed è più brava di me.

Iniziare dall’inizio è più semplice: buon 2017!

20160810_202339

Questo 2016 è stato un anno strano, dal primo all’ultimo giorno pieno zeppo di bassi, piccoli e grandi dolori al petto e forti mal di pancia, ma altrettanto pieno di treni, aerei, valigie fatte e svuotate per essere riempite per la nuova meta e qualche alto da farmi venire le vertigini e subito il panico di essere andata troppo su.
Li ho contati: 2 continenti, 11 Stati, 10 regioni d’Italia, 27 voli e infiniti treni (mai accumulato tanti punti sulla Cartafreccia ed Italopiú). Non ho contato quanti fra Airbnb, hotel, agriturismi, divani e letti a casa di amici mi abbiano ospitato, so solo che ho dimenticato la familiare sensazione del mio letto e del mio cuscino. La mia anima da nomade si è nutrita fino all’ultima goccia di questo stile di vita.
Decine di concerti, dischi nuovi che mi hanno conquistato e pagine scritte fitte.
È stato un anno in cui ho avuto delle conferme, in cui mi sono ritrovata per poi riperdermi ancora ed ancora, in cui ho abbassato le difese per la prima volta dopo tanto tempo, trovandomi totalmente incapace di difendermi dall’urto che ne è derivato, in cui la voglia di cambiamento è stata lì, latente, a lacerarmi, paradossalmente rallentando la conclusione del percorso che è necessario portare a termine prima di poter intraprendere un cambiamento rivoluzionario, o meglio semplicemente di iniziare finalmente una nuova fase della mia vita.
Potrei continuare a descrivere il mio anno, i tizi sbagliati, quello giusto ma più sbagliato di tutti, le serate alcoliche, l’insonnia mia fedele compagna, le allergie e le varie sfighe di salute, i progetti iniziati, le amicizie ritrovate, quelle stabili, quelle nuove e quelle perse per strada, le delusioni e i traguardi raggiunti; ma non è questo il punto.

Il fatto è che questo 2016 sembra essere stato funesto per tutti, e di sicuro lo è stato – in gran parte – per me. Di sicuro il modo in cui sta finendo è spiazzante.
Le difficoltà, come non è mio solito fare, ho lasciato che mi schiacciassero, le ho prese nascondendomi nei sottopassaggi e nelle retrovie invece che affrontarle di petto e senza esitazioni come so fare.
E non ho mai dato particolare importanza a questa data, non ho mai pianificato un Capodanno con la smania di dover passare una serata epica, non ho mai fatto particolari buoni propositi credendo in un cambiamento (e, diciamocelo, da studentessa l’anno nuovo è solo quello scolastico, a gennaio la vita continua e basta). È solo che quest’anno, questi ultimi mesi, mi hanno stancata di me stessa, così svuotata, con poche energie e poche azioni concrete.
Ho lasciato che il terpore della malinconia e la facilità del piangersi addosso mi cullassero. Ho lasciato che il dolore, la delusione e il disamore mi divorassero. Ho lasciato che la paura l’avesse vinta.
E allora per la prima volta voglio crederci ad “anno nuovo, vita nuova”, ho bisogno di un appiglio, una scusa, una data di scadenza per poter riappropriarmi delle mie giornate, per tornare a riconoscermi, per tornare a stimarmi.
Perciò il punto è questo: sono stronzate, ovvio, non è il 31 dicembre a segnare un momento di cesura, non è il 1 gennaio ad essere un punto da cui ripartire. Ma è vero anche che è un po’ come il lunedì, è più facile iniziare dall’inizio. E allora vi dico, a tutti quelli che come me non hanno finito quest’anno nella versione migliore di loro stessi: prendete questo nuovo anno come una scusa, appigliatevi a questa convenzione, a questo numero, a questo momento sociale di tirar le somme, per ripartire, per imporvi di lasciarvi indietro le zavorre, ciò che vi ha affossato e rallentato, mettetevi chiari in testa i vostri obiettivi e correte per raggiungerli, come se nuovo anno significhi in automatico nuovo set carico di batterie.
Vi auguro fortuna, felicità e tutte queste cose belle.
Ma soprattutto vi auguro volontà.
Non perdetela, non perdetevi mai troppo a lungo (a meno che non sia per le strade di un luogo inesplorato, allora perdetevi e godetevela).
Vi auguro di avere per tutti e questi 365 giorni la volontà e la determinazione di puntare dritto a ciò a cui aspirate, per raggiungerlo, senza mai metterlo in dubbio.
La fortuna, il tempismo e le circostanze potranno non essere a vostro favore, ma se avrete le batterie cariche e la volontà, non vi servirà altro.

Colonna sonora dell’ultimo dell’anno per me, è sempre lei: Seasons of Love.

Facciamo alla romana? Anche no

imgp1276-2

Ma quindi, l’uomo deve o no offrire da bere?
. Ve prego, sì.

E non è questione di emancipazione, di “avete voluto la parità, ecco ve la diamo”. Siamo emancipate, tranquilli, il prossimo giro lo paghiamo noi e ristabiliamo questa parità, ma al primo giro mettete le mani sul portafoglio, imponetevi, pagate sta birra.

Il nord è stato un trauma mica da poco da questo punto di vista. Sono cresciuta con l’abitudine a far le gare di velocità per trovare il portafoglio, fare le finte di andare in bagno, perfino a  corrompere il cameriere per riuscire a pagare; e qui al nord ho pagato caffè per i primi sei mesi a chiunque senza mai notare nessuna fretta nel tentativo di pagare. E allora mi sono adeguata, quindi adesso, quando torno a casa, perdo sempre senza pietà, mi sono rimasti solo i sotterfugi, altrimenti, con il conto davanti, sono sempre l’ultima a trovare il portafoglio: sono fuori allenamento.

Soprattutto, pagate e non aspettatevi nulla in cambio.
La domanda “posso offrirti da bere?” pare sempre più implicare chissà quale impegno: sì, mi puoi offrire da bere, sì possiamo bere insieme, ti dedicherò il tempo di quel drink, fine. È tutto ciò che questa domanda implica, non ti sto dicendo “ah sì, ho lasciato che spendessi questi cinque euro, quindi ora dovrò proprio dartela”.

Se usciamo io e te, anche a cena, paga tu. Non puoi permetterti di pagarmi la cena? Non andiamo a cena, prendiamo una birra dal Bangla sotto casa, non importa, ma pagala tu. Non vogliamo mandare in bancarotta nessuno, chissenefrega. E non è detto neanche che io ti lasci pagare, ma fai il gesto, insisti. È carino così.
Non proponete mai di dividere. Ognuno paga il suo, mi vengono i brividi peggio della prima volta che ricevetti un invito al compleanno con scritto il costo della cena (lo so, lo so, per molti ha senso così, mi sono quasi abituata ormai). Dividere significa chiudere la possibilità di una prossima volta, accettare invece che paghi uno dei due è una promessa a rivedersi per poter poi ricambiare.

Sento già le nazi-femministe inorridire, perché non è da questo che passa la femminilità o il bilanciamento del rapporto. Sarà, ma trovo che la galanteria sia ancora importante, se intesa in questi piccoli dettagli. Si tratta di sentirsi coccolata, viziata.
Mi ricordo una volta, avevo raggiunto un ragazzo con cui ero uscita un paio di volte, lui e i suoi amici avevano da bere: i suoi amici mi offrirono subito un bicchiere, lui non si degnò di condividere neanche un sorso. Furono 100 punti in meno a Grifondoro immediati (e da quella sera, smisi di uscire con lui, ma i perchè meritano una discussione a parte).
È il gesto, ti invito a cena, ti porto in un locale, ti faccio assaggiare questo gelato, compro i biglietti per uno spettacolo, lo scelgo io, voglio offrirtelo io, perché penso ti possa piacere, perché ho voglia che tu provi qualcosa che può piacere anche a me. Così capirò i tuoi gusti, capirò i posti dove ti piace andare, è un modo di conoscersi.
E io, se mi piaci, morirò dalla voglia di fare altrettanto. E quando pagherò non proporre mai di darmi la tua metà (né alla romana, né tanto meno – orrore – “eh ma io ho preso anche il dolce devo pagare di più”).
Lo so, lo so che fra amici si divide, che è più semplice (e soprattutto, spesso si esce in centocinquanta, è un po’ diverso dal pagare per due), ma, almeno le prime volte che si esce vogliamo tenere un minimo di tensione, nessuna confidenza da amiconi, e fare qualcosa di gentile l’uno per l’altra?

Ed è qui che però mi rivolgo alle ragazze, invece. Non è offensivo se ogni tanto pagate voi, non è obbligatorio che a pagare sia sempre e solo lui. Perché il gesto è bello da entrambe le parti. Sarà che io ho sempre e solo frequentato degli squattrinati messi peggio di me (e sono una studentessa che non guadagna un euro, ce ne vuole eh), ma se uno mi piace non tollero l’idea di essere una sanguisuga che non può mai offrire nulla. Alzatevi, fingete di andare in bagno, e pagate il conto.
Niente finta danza del portafoglio (che poi lo trovo sempre imbarazzatissimo, prendo il portafoglio in mano, paga lui, tu sei lì che non sai come comportarti, stai a penzoloni), prendetelo in contropiede. Se è un uomo che vale la pena frequentare, che non si sente minacciato da una che sa strisciare il bancomat e prendere l’iniziativa, apprezzerà, e tra l’altro gli eviterete gli sguardi del cameriere di turno “ah, lasci pagare lei”, perché sì, a tavola il cameriere continua ad appoggiare il conto sempre dal lato del ragazzo.
Se lui per una volta non paga, non è che gli piacete meno, non dice niente di negativo su di lui o sulla vostra coppia se pagate voi una cena qua e là.

Insomma, niente braccine corte, che tanto poi alla fine i conti si bilanciano sempre.

 

 

Le unioni che dividono

whatsapp-image-2016-11-29-at-15-44-21

Siamo uniti dai legami che creiamo. E ancor più vero, siamo separati dai legami che stabiliamo, destabilizziamo e spezziamo.

Qualcuno che irreparabilmente non fa più parte della nostra esistenza per un torto imperdonabile, un’azione oggettivamente scorretta, in automatico lo cataloghiamo fra i cattivi. Ma è un giudizio che (quasi) mai può essere assoluto. È il legame che esisteva a stabilire la prospettiva e a separare le strade. È la scelta che hanno compiuto, è il ruolo che hanno deciso di svolgere nella tua esistenza, ma non in assoluto.

E quando si rimpiange qualcuno dal passato, quando da lontano vediamo la loro nuova vita con la consapevolezza che in fondo non si tratta di una persona incontestabilmente brutta, ci dimentichiamo di questa scelta fatta verso di noi. No, quell’ex che ti ha lasciato per un’altra senza avere mai il coraggio di dirtelo, quel collega che ti ha rubato la posizione a lavoro, quell’amico che ti ha rovinato la reputazione, quel familiare che ti ha lasciato il carico per poi prendersi però i meriti, non è una merda. Non in assoluto. Ma si è trovato davanti una scelta, ha guardato il vostro legame, l’ha valutato, ha deciso che quello era il suo valore ed ha agito di conseguenza. Ha accettato di fare il ruolo della merda nella vostra vita, e probabilmente non si è più guardato indietro.

Osservarlo quando il rancore è passato, la vista accecata dalla rabbia è tornata, e poter vedere lucidamente che sì, si ha davanti qualcuno che fra i cattivi non sta, non significa che hai perso una persona valida che varrebbe la pena riqualificare e riprendersi. Aveva delle opzioni, c’era un legame che aveva fino a quel momento stabilito le dinamiche, ha agito consapevolmente. Non conta in assoluto, non gli affibbia un’identità precisa e univoca; però è tutto ciò che conta nella tua vita. È tutto ciò su cui il tuo giudizio deve basarsi. Le azioni sono scelte che richiedono molta più determinazione delle parole, e parlano più delle parole.
Pochi sono assoluti buoni o cattivi, tutti fanno passi falsi nei confronti di qualcuno. Sono certa di essere la stronza che ha rubato il ragazzo, l’amica che non è stata in grado di esserci, la snob che non è uscita con un ragazzo che meritava per motivi superficiali, la tutor severa e insopportabile che non sapeva gratificare; eppure so di occupare una posizione decisamente positiva nella vita di coloro con cui ho connessioni stabili e durature, che continuo a scegliere e rispettare. Sono certa che quella persona in cui io proprio non riesco a vedere nulla di buono, magari è solo troppo lontana da me, tanto da non riuscire a capirla, a percepire il suo punto di vista. E sì, può essere meschina, però forse solo nella mia visione di lei.

Conta il rapportarsi, conta la chimica, contano le decisioni che si prendono nei rapporti: non siamo divisi in due, tre, quaranta categorie: siamo divisi solo dai legami.

I legami che creiamo ci separano anche per via delle circostanze, del tempismo, dei luoghi. Ti leghi a un gruppo, a una persona, scegli quella e non scegli gli altri. Compatibilità, istinto e casualità che si intrecciano. I gusti, le esperienze, le strade fra cui si può scegliere, sono tutte condizionate dai legami che instauriamo. Ed escluse da quelli che spezziamo. Se i tuoi amici escono in determinati luoghi, conoscerai chi quei luoghi frequenta; se i tuoi amici hanno determinate passioni, approfondirai anche tu quelle; il modo in cui ti vesti sarà condizionato dal loro; ogni nostra sfumatura risente di ciò a cui siamo esposti. Non importa quanti gruppi diversi, quanti luoghi in cui vivi e che frequenti, quanto varie possano essere le tue realtà: la tua vita è delimitata, magari anche su larga scala, dalle connessioni che hai stabilito. Il liceo, la facoltà che scegli, la carriera che intraprendi, delineeranno i tuoi possibili incontri, i probabili sviluppi del tuo percorso; costruiranno perfino le tue più viscerali aspirazioni. La persona con cui decidi di condividere la vita, occupa lo spazio, chiude il recinto, esclude un’altra dal prendere quel ruolo: non è inevitabile, è una scelta fra tante scelte potenzialmente giuste.

Essere destinati, è accaduto perché doveva, un piano superiore che regola le nostre esistenze. Per me, sono solo le nostre scelte, che siano consapevoli, irrazionali, istintive o guidate dalle situazioni in cui ci si trova. Ecco, siamo ciò che scegliamo di essere per gli altri.

Noi siamo infinito – letture recensite

51namnxvul-_sy344_bo1204203200_

Sto leggendo “The Perks of being a Wallflower” – “Noi siamo infinito”. Lo amo.

Non l’ho finito ancora, interrompo e cerco di farlo durare un po’. Dubito funzionerà. Questo sarà un racconto in progresso di come leggo, di cosa leggo, cosa provo. Pieno di spoiler senza alcuna remora.

Mi affascina e mi emoziona, è un ragazzino strano, forse schizofrenico, forse autistico, forse solo particolarmente sensibile.  Mi rifletto parecchio in lui.

È senza filtri, senza quel famoso filtro cervello bocca, o cervello penna.

Percepisce esattamente ciò che provano gli altri, mi colpisce che scrive spesso, dopo una frase altrui, “and she/he really meant it”. Lo percepisce con esattezza. Osserva e ascolta minuziosamente, come se notasse e annottasse i piccoli dettagli degli altri, il loro umore, i loro tratti, i loro modi, le abitudini. Tiene a chi lo circonda, li tratta con amore.

E non mente. A volte omette, cerca con tutto se stesso di inserire un filtro per essere meno buffo, o peggio socialmente disadattato, per inserirsi, per non emergere come “lo strano” fin troppo. Ma è difficile e non ce la fa. Finisce con l’essere sincero. Senza filtri, appunto.

E lo è anche in queste lettere, che scrive forse a nessuno o comunque non importa, descrive le cose così come sono, e lo stesso fa con i suoi sentimenti. Frasi corte e dirette. Non si mente.

Le leggo e vedo un po’ me, che analizzo ciò che provo e penso senza mentirmi, e questo spesso mi da gli strumenti per capire anche gli altri.

Adoro il modo che Charlie ha così naif di descrivere il mondo che lo circonda, le situazioni.
Semplice, puro. Mi commuove.

Descrive come ci si sente a osservare gli altri, quando vedere due che si stringono la mano e si amano a volte ti faccia sentire felice ed altre invece triste, ma vorresti sentirti felice per loro perché allora sapresti che sei felice anche tu.

E ho sorriso, non l’avevo mai pensata in questi termini.

Cosi diretto e puro da essere disarmante: di solito si scomodano parole come invidia, repressione, cattiveria; ma non a tutti questi sentimenti appartengono. Ci sono persone che quei sentimenti proprio non li conoscono – me compresa, ma capisco da dove provengono: l’insoddisfazione verso sé. Solo che poi questa insoddisfazione si può sviluppare in una direzione diversa, per me la direzione è la malinconia.

Perché se non riesci ad essere felice per gli altri è forse perché quella cosa che gli altri hanno a te manca. Non nel semplice significato di “non ce l’hai”, ma di “vorresti averla”, ne senti la mancanza nella tua vita. Quindi non è che invidi gli altri, senti la malinconia perché senti quel vuoto, quella scontentezza. In inglese la definirei longing. Un desiderio sospeso, un desiderio che è un’aspirazione a mezz’aria.

Una frase che Bill, il suo insegnante, gli dice e che non dimenticherà per tutto il semestre, né mai è: “Charlie, ognuno di noi accetta l’amore che pensa di meritare”. Ma non lo sviluppa più in modo particolare, ho la sensazione che sia il leitmotiv dell’intero libro, la colonna portante delle esperienze di Charlie.

Lui prende ogni dimostrazione d’amore e la ritiene preziosa, lascia che lo scaldi. I due regali per il suo compleanno, visto che è il giorno di Natale, piccoli gesti di questo tipo. E contemporaneamente non fa niente per accattivarsi l’amore, di certo non mente: quando a “obbligo o verità” viene sfidato a baciare la ragazza più bella della stanza non può che andare diretto da Sam, anche se la sua fidanzata, che a mala pena tollera, è lì. Non poteva mentire, perché la menzogna è un tradimento verso chi si ama.

Da questa fidanzata era trascinato, passivo per non ferire i suoi sentimenti e forse un po’ spinto dall’entusiasmo del suo gruppetto. Ma la tizia in questione pone sé al centro, nessuna domanda per sapere qualcosa su Charlie e, soprattutto, ogni suo regalo, ogni libro, disco, canzone, film che condivide con Charlie pretende che sia mostrato al mondo, come se la cosa più importante sia che tutti sappiano che è stata lei a farglielo conoscere, più del fatto stesso che Charlie possa goderselo. E questo Charlie proprio non lo capisce.

Ancora una volta, mi commuovo per la sua purezza. Quanto vorrei incontrare altri Charlie per la mia strada.

 

E poi c’è il titolo italiano “ Noi siamo infinito”. Ma molto meglio. La descrizione di quei momenti in cui sei con le persone giuste e canti a squarciagola o ridi o, non importa come, condividi un momento con il cuore pieno nel petto e una sensazione di onnipotenza e felicità che ti pervade.
Ho provato a scriverne a volte, più spesso mi sono limitata a viverle. Perché non avevo mai trovato le parole giuste. Lui sì.
“And in that moment, I swear we were infinite” (nella versione italiana “Mi sento come… infinito”). Cerco ancora di far durare il libro, anche se poi correrò a vedere il film. Sam nella mia testa non ha minimamente le sembianze di Emma Watson, ma sono sproprio curiosa di vedere come l’ha trasposta e interpretata.

Dopocena l’ho già finito, non sono riuscita a trattenermi ancora.

La stranezza di Charlie si è rivelata essere proveniente da un trauma, ma poi, ancora, in realtà solo una sensibilità fuori da comune. Quasi questa rivelazione un po’ mi infastidisce, pare esser messa lì a giustificare la stranezza, ma io continuo a pensare che sia intrinseca a Charlie e proveniente dalla sua sensibilità, dal suo modo di osservare il mondo e di viverci.

Il suo assistere alla vita osservando e amando tutti, da coloro che lo circondano era percepito solo come un non esserci per davvero.

E una volta ancora mi rifletto, è solo negli ultimi anni che finalmente trovo il coraggio di dire ciò che vorrei fare, ciò che vorrei mangiare, se il taglio dal parrucchiere mi piace e i vestiti che la commessa insiste per farmi provare sono o meno di mio gusto. Mica sempre poi.

E come fa lui con Sam, chiudere gli occhi e lasciarsi andare, senza dirselo, senza pensarlo, seguendo solo una volontà interiore che per un po’ riesce a prendere il sopravvento (spesso alimentata da un po’ d’alcol, chi può negarlo).

Leggo l’epilogo e vorrei altre 500 pagine, leggere la sua storia fino al diploma e poi al college. Vorrei dei sequel, vorrei di più. E invece, come si raccomanda Charlie nelle ultime righe, dovrò solo supporre che va tutto bene. O quanto meno che presto tutto si aggiusterà. Mi immagino per lui altri momenti in cui è infinito. E momenti in cui si chiede che cazzo ci sia di sbagliato in lui, di volta in volta rispondendosi acquisendo maggior consapevolezza, amandosi sempre un po’ di più.

È il finale perfetto.

 

Lo specchio londinese (dichiarazioni d’amore)

10291047_10203265328541631_8833266595219638022_n.jpg

Sorseggio la tisana fragola e mango con due cucchiaini di miele. Promemoria: per quanto sia forte il tuo mal di gola, non è mai una buona idea, il risultato è un concentrato dolce disgustoso. Ma questi sapori qui, mi hanno fatto venire la nostalgia di Londra.

Dei mesi in cui sono stata londinese, circondata da strani individui (compresa una coinquilina russa che faceva proposte indecenti e si presentava nuda in camera mia– ma che mi diceva che no, non poteva essere lesbica perché non esistono gay in Russia – per poi, dopo qualche mese, costringermi a trasferirmi per via delle sue minacce) che mi hanno impedito dal vivere un classico Erasmus di puro divertimento (che poi Erasmus non era, ma quelle erano le aspettative). Di quei mesi strani, in cui sono diventata un tutt’uno con la città, in cui mi sono innamorata di Londra. Ed è stata un’amante di quelle passionali, mai stabile, mai un momento di semplice apatia, mai il tempo di abituarsi al meteo, agli orari, alle strade, ai vicini. Eppure, anche se è una città di passaggio, la città di chiunque e di nessuno, quando ci vivi come ho fatto io – macinando chilometri a piedi, rinunciando a usare l’ombrello, conoscendo i percorsi per evitare i turisti, con la tessera di Waitrose per il caffè gratis la mattina, facendo amicizia con gli indiani del ventiquattrore di fronte così da farmi vendere il vino fuori orario ed essere al sicuro al ritorno a casa, fino all’essere in grado di dare direzioni ai turisti – finisci con il sentirla un po’ tua.
Ricordo una sera, sarà stato aprile, ero ferma su Millennium Bridge a morire dal freddo, mani nelle tasche e nessuna voglia di schiodarmi da lì, mi guardavo intorno e pensavo: casa mia è solo a 20 minuti da qua, io faccio parte di tutto questo; il mio orrendo appartamento blu, con le scale ripide e la famiglia pakistana con una mandria di bambini chiassosi al piano di sopra, è a Camden Town, codice postale NW1.
Osservavo la City, e poi Tower Bridge, Westminster e the London Eye, seguo con lo sguardo chi passeggia a SouthBank, mi riempio gli occhi di quella che è una città grandiosa, che non smette mai di emanare le sue energie. Ogni luogo può nascondere una storia, può ricordarti il passaggio di un film, ogni locale può essere quello dove un gruppo è nato o scritto una canzone, ogni vista può essere quella che ha ispirato uno scrittore, ogni angolo può essere stato protagonista di una stupenda fotografia, ogni strada può essere stata sede di una rivoluzione sociale, musicale o culturale.
Il fatto è che a Londra non ti manca mai niente, perché se vuoi – e ne hai la possibilità – puoi trovare tutto, mentre le sensazioni londinesi sono incatenate a quei luoghi epici, non si muovono, non si possono trovare altrove.

E questa nostalgia nasce da un semplice tè, che qui in Italia vendono fra le “collezioni” a caro prezzo, mentre lì a Londra è fra i tè più comuni venduti anche col brand Sainsbury’s. Ed è di nuovo inverno ed io non so più come affrontare l’inverno senza un ettolitro di peppermint tea, e sì le tisane alla menta le posso comprare pure qui manonèlastessacosa.

Sono tornata a Londra. E ne ho tratto un po’ di nutrimento vitale.
La mia wanderlust che si manifesta palese quando sono qui, come sempre, più che mai. Mi ha ricordato che non appartengo a nessun luogo e che appartengo ad ogni luogo; che non rientro in nessun gruppo statico ma che posso trovare una connessione con gli incontri casuali, con i passanti che popolano questa città per un po’, rendendola sempre diversa da se stessa ma mantenendo inalterata l’atmosfera che la caratterizza.

Mi ha ricordato che questo è ciò che sono. In Londra mi rispecchio.
Il pensiero è stato lì, fisso nella mia mente, e lo ripercorrevo continuamente, lo confermavo ad ogni passo, ad ogni conoscenza, ad ogni vista mozzafiato londinese: ho bisogno di viaggiare, ed essere da sola, per poter essere sempre io.
Ed è così che mi sentivo quando vivevo a Londra, ormai due anni fa, ed è così che torno a sentirmi, vividamente, appena mi lascio trascinare da Lei. Piena, solitaria e onnipotente, al centro del mondo, concentrata sul mio equilibrio.
Qui, mi sento senza limiti, come se avessi le possibilità di arrivare dove voglio, ma per davvero.
La sua epicità intrinseca, mi fa sentire onnipotente.
Nessuno che già conosco, nessun legame, nessuna pre-impostata versione di me, niente se non me e la città.
Che poi io mi sento a casa, quando vado a Drummond Street per vedere se ha sempre lo stesso aspetto, entro nel negozio degli indiani che ora si è ampliato e riconosco il ragazzo alla cassa, torno a mangiare il bimbimbap dal mio coreano preferito dietro l’Apollo Theatre, passo a Bricklane e vedo casa del mio amico – chissà chi ci vive ora – dove avevo dormito dopo una sbronza epocale a Shoreditch e compro un bagel salmone e philadelphia, mi perdo a fare shopping al Camden Market e trovo sempre lì il ragazzo che fa le piadine più buone che abbia mai assaggiato (perdonatemi, non sono mai stata in Romagna), ma poi opto per il polacco e il turco e vado a bere il caffè rigorosamente alla Camden Coffee House, quando salgo sul 24, timbro la mia Oyster Card – ho ancora quella con la mia faccia da studente – e dal secondo piano mi godo la strada che per un semestre ho percorso tutti i giorni.

E Londra sarà per sempre agrodolce, piena di contrasti e ossimori, dure e stridenti sensazioni, alti e bassi che si susseguono a velocità disumane. O sto bene, o sono disperata, o sono piena, o sono vicina al baratro.
Non potrà mai essere il posto dove invecchiare, stabilizzarsi e fermarsi, ma può essere il posto dove crescere, prendere il mondo fra le mie mani e darmi una possibilità. Stare da sola, stare con chiunque.
Fare l’amore con Londra, lasciare che la città viva attraverso di te;
vivere attraverso Londra e le sue vibrazioni.